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La valle del Turano PDF Stampa E-mail
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Da un punto di vista geografico ed economico la valle del Turano costituisce un insieme omogeneo della provincia di Rieti della quale occupa circa 1/10 dell'intero territorio.

Carta Provincia di Rieti

Estesa mediamente tra i 700 e gli 800 metri sul livello del mare, la valle trova il suo epicentro nel bacino idroelettrico di 500 ettari e 10 km. di lunghezza, formato in seguito allo sbarramento del Turano che attraversa la vallata.

Molti centri, come Colle di Tora, Castel di Tora, Posticciola, Ascrea, Paganico, si affacciano direttamente sulle rive bizzarramente frastagliate del lago, andando a costituire una struttura paesaggistica di intenso splendore, altri, come Roccasinibalda, Collalto, Longone, Pozzaglia, Collegiove, Nespolo e Turania, sono posti più in alto ed altri ancora come Poggio Moiano, Casaprota, Belmonte, Monteleone e Torricella gravitano maggiormente sulla Salaria.

Lago del Turano dal Satellite

Non vi è centro abitato della valle del Turano che non conservi testimonianze più o meno evidenti del suo passato e che da questo ha in non poche occasioni trovato elementi propulsivi per la propria attuale strutturazione urbanistica e architettonica.

Tipico è l'esempio dei molti paesi arroccati su alture sconnesse formatisi intorno a costruzioni fortificate contro le scorrerie delle bande saracene, che proprio in questa valle, precisamente nei pressi di Trebula Mutuesca (l'attuale Monteleone Sabino), vennero sconfitti dai sa bini guidati da Achiprando e ricacciati più a sud dove subirono una definitiva sconfitta sul Garigliano. Molti centri della vallata sorsero intorno al X-XII secolo a seguito di quel grosso fenomeno che fu l'incastellamento per il quale si assistette ad una concentrazione della popolazione sparsa all'interno di villaggi fortificati.

In gran parte della Sabina, dove questo fenomeno assunse aspetti peculiari, il paesaggio agrario venne m an mano a mutare dando vita ad un nuovo assetto organizzativo del territorio che consentì di risolvere non pochi problemi dell'agricoltura altomedievale e stigmatizzata da tecniche arcaiche in un territorio particolarmente sconnesso. Giungendo da Rieti, posta in modo strategico all'ingresso della valle, troviamo ROCCASINIBALDA, dominata dalla maestosità del suo castello a forma di aquila ad ali tese giunto fino ai nostri giorni in eccellente stato di conservazione. Non è ancora chiara l'origine di questo centro probabilmente eretto nel IX secolo dalla famiglia dei Marsi, forse da Sinibalda (o Senebaldo o Sinebaldo), nobile longobardo, che fu rettore della Sabina il quale necessitava di una struttura di guardia al suo contado. La storiografia locale ha fino ad ora affermato che la più antica testimonianza di questo abitato risale al l 084 quando nel Regesto Farfense si legge « ... cripta quae vocatur fornicaria, per gentes in roccam de sinibaldo».

 

L'illuminante studio di Pierre Toubert, Les Structures du Latium Medieval, sposta questa data al 986 quando nel documento n. 403 del Regesto Farfense (R. F. C. III, p 106), si parla di una rocca i cui confini corrispondono a quelli di Rocca Sinibalda.

Riportiamo comunque le notizie dello storico francese anche perché contengono preziose indicazioni per l'interpretazione di fonti come il Regesto Farfense che va sempre esaminato con estrema cautela senza commettere l'acritico errore di vederlo come portatore di verità assolutamente oggettive. Scrive Toubert: «...Le peu que dii G. Silvestrelli sur les origines de Rocca Sinibalda est vague ou erroné. Il fai t aucun doute que la Rocca (sans plus) reçue en échange de Faifa en 986 par Teudinus f. q. Berardi comitis n'était autre qlte l'actuelle Rocca Sinibalda. La délimitation du finage rend en ejftt l'identification certaine. La cession de Rocca Sinibalda par Faifa explique que Gregorio de Catino, interprétant l'acte comme une dilapidation, en ait tiré parti dans sa Destructio Farfensis (Chron. Farf., éd. U. Balzani cit., t. I, p. 248). On a là un bon exemple de la maniere dont a travaillé le moine historiographe de Faifa en amplifiant à partir de données rélles, jamais en inventant de toutes pieces. Apres la «distractio» de 986, Rocca (Sinibalda) disparatt de l'horizon de Faifa jusqu' a la donation pieuse dHerbeus, dernier rejeton du lignage comtal de Rieti en 1084 (R:F., n. 1095, t. V, p. 90). C'est alors, tout naturellement, que les sources de Faifase mettent à nous parler des pertinentia duit castrum (ibid., n. 1109 de 1086, t. V, p. 110).

Nel XVI secolo il Cardinale Alessandro Cesarini diede incarico all'architetto senese Baldassarre Peruzzi, esperto in architettura militare, di ideare una fortezza atta arispondere alla esigenza di ricca dimora posta in senso strategico nei confronti dei passi verso l'Abruzzo Marsicana. (I lavori furono portati a termine da suo figlio Giovanni Sallustio e da B. De Racchi).

Brevemente ricordiamo che dopo essere stata di proprietà dell'Abbazia di Farfa, fu nel basso medioevo dei Brancaleoni di Romania, quindi dei conti Mareri (1524) e dei Cesarini (1539).

Successivamente altre famiglie nobili si sono succedute nel dominio del castello, come i Mattei (1600), i Lante della Rovere (1687), i Muti-Bussi (1739), i Lepri (1781) e i Curti Lepri (1785). Oltre al castello, che senza dubbio è il bene culturale per eccellenza di Rocca Sinibalda, sono da ricordare altre opere di buon valore artistico, come una tela del XVII secolo di scuola romana conservata nella chiesa di S. Agapito e una croce processionale del cinquecento in argento sbalzato conservata presso la chiesa di S. Maria della Neve.

Scendendo in basso si giunge a COLLE DI TORA (Collepiccolo), il paese maggiormente privilegiato dalla presenza del lago, sulla cui superficie si estende in una stretta ed allungata lingua di terra. Nel 1085 Collepiccolo era dell'Abbazia di Farfa, quindi fu dei Brancaleoni di Romania e nel XV secolo passò agli Orsini, dai quali fu venduto nel1634 ai Borghese. Dinanzi a Colle di Tora, arroccato su di un ispido colle troviamo, CASTEL DI TORA (Castelvecchio), così denominato nel 1773 in quanto erroneamente creduto costruito sui resti della città sabino-romana di Thioria, ubicata invece tra il territorio degli equicoli e quello dei marsi.

L'Abbazia di Farfa lo ricevette in dono nel 1092; fu quindi dei Mareri, ai quali nel 1241 fu confiscato da Federico II e restituito nel 1250 con bolla di Innocenza IV.

Nel XV secolo Castelvecchio fu degli Orsini, e nel 1634 fu da questi venduto al principe M. Antonio Borghese.

La Chiesa di S. Giovanni conserva una bella tela cinquecentesca raffigurante la Madonna col Bambino ed altri affreschi seicenteschi. Di fronte a Castel di Tora, quasi alla medesima altezza, c'è ANTUNI, una delle tante, ma anche una delle più suggestive, città <<morte>> laziali che nel l092 fu uno dei castelli di proprietà dell'Abbazia di Farfa, dalla quale passò ai Brancaleoni di Romania. Anche su Antuni si è nel corso dei tempi succeduto il dominio delle varie famiglie nobili che avevano proprietà nella valle; nel l583 fu dei Mattei e nel 1676 Clemente X autorizzò la vendita ai Lante della Rovere, dai quali fu ceduto nel 1720 al Marchese Filippo Gentili. Andando più avanti, dove il lago si restringe ad un fiordo, si incontrano ASCREA e PAGANICO, adagiati a «cascata» sulla catena di monti di cui fanno parte il Navegna e il Cervia.

Ascrea fu dei Mareri e sui ruderi della loro fortezza sorge l'attuale chiesa di S. Nicolò da Bari del XVII secolo, dove sono conservate diverse tele di notevole pregio, tra cui una Madonna del XIV secolo di autore ignoto. PAGANICO, posto in una classica posizione strategica, fece parte della baronia di Collalto e di questa seguì le sorti. Degli altri centri che si affacciano sul lago occorre menzionare STIPES, anche questo addossato al Navegna.

Posto in posizione strategica sull'unico passo tra l'Abruzzo aquilano e Roma, nel XV secolo fu dei Cesarini e quindi degli Sforza Cesarini. Stipes conserva solo pochi resti della vecchia rocca; ebbe una certa ripresa nel XVII secolo di cui abbiamo testimonianze architettoniche di un certo pregio come la Chiesa parrocchiale e il palazzo Turchetti. Salendo più in alto nella vallata si abbandona completamente la vista del lago e si giunge a COLLALTO a circa 1000 metri di altitudine. Fortificazione presente fin. dal XIII secolo, Collalto fu dei Mareri, per i quali combatté per la difesa dei privilegi ottenuti da Carlo d'Angiò che nel XII secolo la cedette alla Santa Sede. Nel XVI secolo fu uno dei castelli del Reame di Napoli, ma nello stesso secolo tornò alla Santa Sede e nel 1641, dopo essere stato dei Savelli, Nicola Soderini lo cedette al Cardinale Francesco Barberini. Della baronia di Collalto fecero parte altri centri dell'attuale valle del Turano, tra cui COLLEGIOVE e NESPOLO.

Non si è ancora fatta luce sull'origine di Collegiove, che sembra essere stato costruito su di un'area dove era un tempo venerata la divinità pagana della quale sembra prendere il nome. Nel X secolo Collegiove fu dell'Abbazia di Farfa e se ne fa menzione nel diploma di Ottone I del967 e di Enrico V imperatore del 1118.  Di fronte a Collegiove sorge NESPOLO, di cui si trovano testimonianze fin dall'XI secolo quando nel l061 la Cronaca Farfense fa menzione di una concessione di terre ad AQUAM NESPULI. Fece parte con PETESCIA(l'attuale Turania) della baronia di Collalto passando dal Governo dei Mareri a quello dei Latini e quindi dei Barberini. Di notevole interesse storico-artistico è la chiesa del 1357, restaurata nel  1521.

Sul monte Letenano si trovano testimonianze dell'antica abbazia di S. Salvatore «In Boiano» detta in seguito «maggiore» con la cui storia si interseca quella di LONGONE e di altri centri appartenenti alla valle del Salto. Dopo essere stato di Farfa, dal X secolo Longone passò sotto la giurisdizione di S. Salvatore Maggiore che, dai documenti farfensi, risulta essere fondato nel 735. Con il favore degli imperatori Carolingi e con quello di Terni, Rieti e Spoleto, S. Salvatore in breve tempo, diede ai suoi possessi una tale vastità da poter ben reggere il confronto con la più prestigiosa Farfa con la quale ebbe costanti rapporti economici. Distrutta, come Farfa, dai saraceni nell'891, fu riedificata nel 974. Nel 1282 fu invasa da milizie mercenarie di Rieti coadiuvate dai vassalli ribelli del monastero, ma Clemente V ordinò la restituzione dei beni sottratti all'abbazia alla quale furono confermati con bolle del1308 e del1310.

Nei secoli successivi caratterizzati da guerre e rappresaglie, la struttura monastica perse man mano la sua importanza e passò dal dominio degli Orsini a quello dei Farnese, dei Della Rovere e dei Barberini, finché fu soppressa da Urbano VIII (1632) dopo che Sisto V gli aveva già sottratto la giurisdizione civile affidandola alla Camera Apostolica. Altri due centri di grosso rilievo storico della valle del Turano sono ORVINIO e POZZAGLIA. Solo da circa un secolo Orvinio ha assunto l'attuale denominazione, sostituendo quella meno gradita di Canemorto, che gli pesava fin dal medioevo. Anche per Orvinio non vi è molta chiarezza riguardo alla sua origine. Dionigi di Alicarnasso dice che la città è di origine Sicula ed un Orvinium città sabino-romana è ricordata anche da Terenzio Varrone, anche se non si è certi della collimazione con l'attuale territorio di Orvinio. Dopo essere stato possesso dei monaci benedettini di S. Maria del Piano, nel XV secolo fu degli Orsini e quindi nel XVI dei Tuttavilla e dei Muti. (1537) ed infine dal 1632 fu ducato dei Borghese. Orvinio fu una delle roccaforti di maggiore resistenza contro l'invasione saracena e pare che nel suo territorio questi subirono una dura sconfitta da parte di Carlo Magno. Oltre al castello, sono di notevole valore la chiesa della Madonna dei Raccomandati del XVI secolo, dove sono conservate diverse tele del pittore locale Vincenzo Manenti del XVII secolo. Spostandoci da Orvinio verso la Salari a, troviamo POZZAGLIA, che pare debba tale denominazione al fatto che nelle sue vicinanze si stanziarono un gruppo di soldati di Carlo Magno costruendovi delle abitazioni. Da qui forse il nome di Pozzaglia (Pozzo dei Galli), che trova un certo riscontro nello stemma del paese raffigurante un pozzo con sopra un gallo. Nel IX secolo Farfa possedeva diversi beni nel territorio di Pozzaglia i quali dopo essere stati ceduti inseguito della crisi del patrimonio abbaziale del X secolo, furono riacquistati nel XI secolo. Nel 1297 fu uno dei castelli confiscati ai Colonna con Bolla di Bonifacio VIII, ma alla sua morte (1303), i Colonna riacquistarono i diritti che avevano perduto sul castello. Agli inizi del XV secolo fu ceduta dai Colonna agli Orsini, i quali, nel 1558 insieme a Canemorto, Montorio di Valle e Petescia, la cedettero ai Tuttavilla. Nel 1573 Pozzaglia fu dei Muti e nel 1632, insieme ad altri centri della valle del Turano, passò ai Borghese. In campo artistico sono da ricordare un affresco del XVI secolo sull'altare maggiore della chiesa parrocchiale di S. Nicolò da Bari e la Madonna coi Santi conservato nella Chiesa di S. Maria. POGGIO MOIANO deve il suo nome al colle di Miana o Meiana, dove pare sorgesse un centro romano di un certo interesse. Se ne dà notizia nel Regesto Farfense fin dall'anno 998 e l'Abbazia di Farfa ne entrò in possesso nell085 per cessione del conte Teodino. Dopo essere stato degli Anguillara, nel XVI secolo passò sotto il dominio dei Savelli, dai quali fu venduto nel 1633 ai Borghese e da questi ai Torlonia. Di notevole interesse è il palazzo Savelli con i suoi stemmi gentilizi del1581 e la chiesa di S. Giovanni Battista, dove si conserva una scultura lignea del XVII secolo di buona scuola romana. Nei pressi dei ruderi della vecchia città sabino-romana di Trebula Mutuesca, famosa durante la repubblica romana per aver dato i natali a Lucio Munnio vincitore a Corinto, sorge l'attuale MONTELEONE SABINO. Nel 1344 Monteleone è menzionato quale possesso dei Brancaleoni di Romania e, dopo varie dispute tra famiglie nobili, i diritti su Monteleone furono acquisiti con atto di concordia del 1480 dalla famiglia Orsini del ramo di Mugnano. Alla morte di Troilo, figlio di Pier Angelo Orsini, Monteleone insieme ad altri feudi (Ornaro, Collelungo, Foglia, Casaprota e Collepiccolo) fu occupato dalla vedova Girolama Santacroce, che però nel 1513 dovette restituirlo agli Orsini del ramo di Monterotondo per ordine di Leone X. Nel 1604, alla morte di Enrico Orsini, Monteleone fu della Santa Sede, che il 3 ottobre 1700 lo cedette in enfiteusi a Pietro Gambari Lancellotti. Oggi Monteleone conserva un aspetto tipicamente medioevale con notevoli testimonianze di torri e mura di cinta del castello. La spiegazione etimologica di Monteleone può essere individuata nella presenza di due leoni funerari romani posti sulla piazza principale del paese; non si può comunque escludere che tale nome fu dato al paese dai Brancaleoni, che ne furono signori nel XIV secolo. A poco meno di due chilometri dal centro del paese, verso le pendici del Muro Pizzo, sorge la chiesa di S. Vittoria, eretta su catacombe paleocristiane, alle quali era possibile l'accesso direttamente dalla Chiesa. Dove sorge l'attuale corpo centrale della chiesa pare che un tempo si trovasse un tempio dedicato a Giunone Feronia. L'attuale assetto risale ai primi del XII secolo e fu consacrata da Dodone, vescovo di Rieti nel 1156. L'interno è ricco di testimonianze di notevole interesse storico-artistico, come un rosone con diverse edicole ornate con sculture romane, il sarcofago romano che un tempo conteneva  i resti di S. Vittoria e diversi dipinti votivi del 400. Oltre a Monteleone troviamo altri centri gravitanti sulla Salaria come Torricella, Casaprota e, tornando verso Rieti, Belmonte. Di TORRICELLA si fa più volte menzione nel Regesto Farfense fin dal 1019. Acquistato dall'Abbazia di Farfa nel 1072, fu poi dei Brancaleoni di Romania e quindi nel XV secolo dei Cesarini. Nella chiesa parrocchiale è ammirabile un rosone del XV secolo formato da due cerchi concentrici, mentre nella chiesa di S. Maria delle Grazie si conserva una tela raffigurante la Vergine col Bambino attribuita alla scuola del Lippi. CASAPROTA era nel X secolo dell'Abbazia di Farfa e nel XV della famiglia Orsini, dai quali passò nel 1641 alla Santa Sede. Nel suo territorio sono da ricordare la Chiesa di S. Domenico, di S. Michele Arcangelo e quella della Madonna delle Grazie, oltre al convento dei Carmelitani soppresso da Innocenza X. Tornando verso Rieti si incontra BELMONTE la cui origine può essere fatta risalire ai primi del XIII secolo. Fu feudo dei Brancaleoni, che lo tenevano in comproprietà con altri nobili reatini; nel 1501 fu preso sotto la protezione di Alessandro VI insieme agli altri possedimenti di Gabriele Cesarini. Il 18 luglio 1600 Belmonte, insieme a Roccasinibalda, fu venduto dai Cesarini ai fratelli Ciriaco e Asdrubale Mattei e da questi al duca Ippolito Lante della Rovere. Nel 1685 Belmonte fu eretto a marchesato da Innocenzo XI e nel l739 ceduto ai Muti, i quali nel l763 furono autorizzati da Clemente VIII a crearvi una compagnia di fanti. Nel l781 Belmonte fu acquisito dal marchese Amanzio Lepri. Una interessante tela del 500 raffigurante la Madonna del Rosario è conservata nella chiesa di S. Salvatore, dove pure si trova una croce processionale di metallo a sbalzo con richiami stilistici di tipo bizantino.

Queste brevi note storiche ed artistiche sui paesi della Valle del Turano non possono certamente considerarsi esaurienti né tantomeno conclusive, ma vogliono solo essere un escursus in questo territorio per offrire un primo momento di conoscenza e, semmai stimolare la consultazione di una più ampia e specifica bibliografia. Non possiamo comunque sottrarci dal rilevare come le fonti, alle quali allo stato attuale è possibile accedere, sono fondate su studi troppo remoti e ormai troppo sfruttati che non comportano solo dati non aggiornati, ma inevitabilmente concezioni della storia che mal si addicono alle attuali necessità di conoscenza di cui abbisogna non solo lo studioso, ma anche e soprattutto il fruitore di queste acquisizioni. Il paradigma di fondo di tali studi è costantemente riferito ad una concezione aristocraticistica di storia e cultura, che ha preso in esame solo quegli aspetti più notevoli, o meglio più appariscenti, delle vicissitudini che si sono succedute in questo territorio, tralasciando e condannando ad un perenne oblio tutto ciò che non era immediatamente riferibile alle azioni delle classi dominanti del tempo. Un ripensamento della storia deve tenere necessariamente conto anche di questo e tentare di colmare tali lacune attraverso un approccio interdisciplinare, il solo che possa consentirci di giungere ad una visione strutturale di questo territorio nelle diverse epoche.


Le note soriche e le foto di questo articolo sono tratte da "IL LAGO DEL TURANO E LA SUA VALLATA" di Roberto Lorenzetti e da vari testi trovati in rete.

 


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